“Il Cloud come motore, la Sovranità come garanzia”: il punto di vista di Michele Zunino, Amministratore Delegato di Netalia
ICTINNOVAZIONEIntelligenza ArtificialePRIMO PIANOSOSTENIBILITA 24 Novembre 2025 digitalvoice
Oggi si parla molto di digitale come motore dello sviluppo. Che ruolo ha il cloud in questo scenario?
Il digitale non è più un settore specialistico: è diventato l’asse portante della vita collettiva. Funzioni, servizi e interazioni nascono ormai digitali. Il cloud è l’infrastruttura che rende possibile questa società nativa digitale, perché garantisce scalabilità, resilienza e sostenibilità. Governare la transizione significa investire nel “cervello” della società digitale, non solo nei suoi strumenti operativi. È una sfida culturale e politica che riguarda cittadinanza, sviluppo e democrazia.
Il valore dei dati è spesso citato come centrale. In che senso rappresentano una risorsa strategica?
Il valore digitale nasce dai dati, ma i dati isolati valgono poco. È l’integrazione che genera conoscenza e innovazione. Non conta la quantità, ma la qualità e la responsabilità nella gestione. Per questo servono policy, competenze e architetture adeguate, non solo infrastrutture fisiche. L’Italia deve decidere se limitarsi a ospitare data center stranieri o costruire una filiera nazionale che mantenga controllo e competenze sul proprio patrimonio informativo.
Quali rischi emergono quando i dati pubblici o strategici sono affidati a soggetti extraeuropei?
Il rischio principale è il lock-in, cioè la dipendenza tecnologica. Affidare in modo massivo dati sensibili a operatori extraeuropei riduce l’autonomia e limita la capacità progettuale del Paese. Si rischia di perdere controllo su accessi, trasferimenti e modalità di trattamento dei dati, con implicazioni sia economiche sia democratiche.
Il cloud porta benefici anche dal punto di vista dell’efficienza e della sostenibilità?
Assolutamente sì. Il digitale riduce i costi di transazione, abilita nuovi mercati e piattaforme collaborative e rende accessibili strumenti avanzati — come CRM e data analytics — anche a realtà piccole. Inoltre, il cloud utilizza infrastrutture più efficienti dal punto di vista energetico, con un impatto ambientale inferiore rispetto a sistemi locali frammentati.
Questa trasformazione come influisce sul mercato del lavoro?
Si stanno creando ruoli ibridi: data steward, cloud security engineer, specialisti di governance dei dati e così via. Cambiano le competenze richieste e cresce la domanda di formazione continua. In questo processo è fondamentale la collaborazione tra imprese, università e pubblica amministrazione per garantire percorsi di reskilling realmente efficaci.
Che rapporto c’è tra governance digitale e tutela dei diritti dei cittadini?
Oggi tutela dei dati e democrazia sono inseparabili. Per garantire sicurezza, privacy e riuso dei dati servono regole chiare, trasparenza degli algoritmi e supervisione umana nelle decisioni automatizzate. La sovranità digitale si misura nella capacità di sapere dove risiedono i dati, chi può accedervi e con quali criteri vengono trattati.
Si parla spesso di “cloud sovrano”. Cosa significa concretamente?
Un cloud sovrano è un’architettura che assicura che dati e workload critici siano gestiti secondo le leggi e i valori del Paese. Non è solo questione di compliance normativa: è un tema di fiducia. Significa avere controllo sugli accessi, audit indipendenti, interoperabilità, processi d’acquisto trasparenti e garanzie sulla sicurezza.
Vale anche per l’IA: servono tracciabilità dei dati, gestione del rischio e sistemi spiegabili, con possibilità di ricorso. La sovranità richiede controllo sull’intera catena — dati, addestramento, deploy, sicurezza — per evitare dipendenze e abusi.
Quali condizioni servono affinché il digitale diventi davvero un motore di crescita per il Paese?
Servono tre elementi: standard aperti, interoperabilità e investimenti sulle competenze. Nessuna infrastruttura, per quanto avanzata, genera valore senza persone in grado di progettarla, gestirla e innovarla. È necessario creare percorsi formativi verticali e orizzontali, accademie aziendali e meccanismi per attrarre talenti.
Qual è, in definitiva, la visione per la società digitale del futuro?
La società nativa digitale è già una realtà. Ora dobbiamo scegliere il ruolo che vogliamo giocare: essere semplici utilizzatori di tecnologie altrui o diventare architetti di un futuro autonomo. Il cloud è l’abilitatore, la sovranità è il metodo. Solo combinando sicurezza, sostenibilità e libertà di scelta possiamo costruire un digitale che sia davvero la spina dorsale della crescita del Paese.
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